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LA STORIA MINI

“Il nome è un presagio”, affermavano i latini con la celebre locuzione “Nomen omen”. Così, se nella storia dell’automobilismo mondiale registriamo il successo di un’azienda e di una vettura denominata Mini, ciò fu possibile proprio per gli scopi che la marca si diede immediatamente dopo la crisi di Suez del 1956, che determinò problemi di approvvigionamento di petrolio alla vecchia Europa. 
La Mini, “una vettura da città, piccola ed economica, ma in grado di trasportare almeno 4 persone”, fu la consegna di Leonard Lord, deus ex machina della British Motor Corporation, all’ingegnere anglo-greco Alec Issigonis, che la realizzò perfettamente in tempo per il lancio ufficiale del 26 agosto 1959 con il nome sdoppiato di Austin Seven o Morris Mini Minor, a seconda del marchio utilizzato per la sua commercializzazione. Quella base iniziale, carica di innovazioni, inaugurò una filiera di automobili che sarebbe giunta anche ai giorni nostri, anche perché opportunamente galvanizzata dalla ricca proprietà BMW a partire dal 1994, subentrata nel giro di un ventennio ai gruppi British Leyland-Rover (1968), prima, e British Aerospace (1988), poi. 
 
La prima Mini era infatti connotata da una sfilza di intelligenti soluzioni che, realizzate negli stabilimenti d’oltre Manica di Longbridge e Cowley, avrebbero inaugurato una stagione nuova: disposizione anteriore-trasversale del motore (un comune A-Series, dotato di albero a camme laterale e cilindrata ridotta a 848 cc, alimentazione a carburatore e potenza di 34 CV), cambio montato sotto di esso (coppa dell’olio unica), trazione anteriore, lunghezza di appena 3,03 metri, pur potendo ospitare comodamente 4 persone grazie anche alla carrozzeria a 2 volumi con 2 porte, volante quasi verticale per uno stile di guida cosiddetto “da camionista”, radiatore sul lato sinistro del propulsore, sospensioni a ruote indipendenti con elementi elastici in gomma (in luogo delle molle), ruote da 10 pollici (per limitare l’invasività dei parafanghi nell’abitacolo), sportello del vano bagagli ribaltabile verso il basso e cerniere delle porte e saldature (occultate dai gocciolatoi) curiosamente in vista. Il modello originale fu prodotto dall’estate 1959 all’ottobre 2000, mentre nel luglio 2001 entrò in produzione la progenitrice dell’attuale automobile, il cui sviluppo cominciò nel 1995 a firma del designer americano Frank Stephenson.
Quattro anni più tardi, ritenuta una sorta di risposta made in England al celeberrimo Maggiolino della Volkswagen, sarebbe stata

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votata la seconda più influente macchina del ventesimo secolo dopo la Ford T, tanto più che venne costruita su licenza anche in altre nazioni e venduta in ben 5,3 milioni di esemplari: Australia, Austria, Belgio, Cile, Italia (Innocenti), Portogallo, Spagna (AUTHI), Sud Africa, Uruguay, Venezuela e Jugoslavia. Alla versione originale, denominata Mark I (1959-1967), fecero seguito la Mark II (1967-1970) e la Mark III-VII (1969-2000), tutte con unità motrici di cilindrata fra 1 e 1,3 litri e potenza da 63 a 78 cavalli: all’interno di queste serie furono realizzate alcune varianti della berlinetta inglese, tra cui versioni familiari (Countryman e Clubman Estate), pick-up, van e “Spiaggina Trolley” (o “Mini Moke”). Della Mini, la Cooper e la Cooper S erano invece le varianti più sportive, che trionfarono nel 1964, 1965 e 1967 al Rally di Montecarlo e che ebbero discreto successo nelle gare su strada. Attività peraltro replicata con il ritorno nei rally datato 2011 grazie alle John Cooper Works, realizzate ora direttamente dalla divisione Motorsport della BMW dopo l’incarico iniziale affidato all’atelier di Bertone nel 2006.
 
La prima generazione del nuovo millennio fu in realtà preceduta da tre concept-car: la ACV30 del 1997 (da “Anniversary Concept Vehicle” e dal trentennale dell’ultimo successo rallystico), Spiritual e Spiritual Too. La prima Mini del nuovo millennio arriva in produzione nel 2001 ed era disponibile in versione berlina a tre porte. Era molto più grande della prima generazione, 363 contro 303 cm, ma sempre piccola a sufficienza per la città. Solo nel 2004 è la volta della versione cabriolet e dell’esordio del motore diesel (di origine Toyota) sulla berlina One D. La terza generazione della Mini arriva nel 2006 e porta diverse migliorie di carattere tecnico, come la rinnovata piattaforma e i nuovi motori a benzina sviluppati in collaborazione con il gruppo PSA Peugeot Citroën, che si rivelano di gran lunga superiori a quelli precedenti di origine Chrysler. Un nuovo diesel BMW-PSA va a sostituire il precedente Toyota. Questa terza generazione, con il passare del tempo, vede si arricchisce di diverse varianti come la wagon Clubman, la Cabrio, la Spider e la Coupé. Resta in produzione sette anni, fino al 2013, e consente alla Mini di raggiungere consistenti traguardi di vendita e di redditività. Nel 2010 è la volta di un nuovo capitolo nella storia della Mini con l’esordio della Countryman, crossover di 410 cm che si “lancia” su un terreno inesplorato fino ad allora per la casa inglese di proprietà della BMW, seguita dalla Paceman nel 2013. Quest’ultima, basata sulla Countryman, è una originale crossover-coupé dalla lunghezza analoga a quella della sorella.
A fine 2013 è la volta della quarta generazione della Mini. Riprogettata interamente per quel che riguarda la piattaforma, vede l’esordio anche di una nuova famiglia di motori turbo a 3 cilindri di 1.5 a benzina e diesel. Crescono, anche se solo leggermente, le dimensioni: ora è lunga 382 cm e fa segnare nuovi standard in termini di qualità dei materiali e delle finitore nella sua categoria.

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